Iceberg, bollette e copioni educativi
Il lavoro per te è…
Completa la frase con la prima parola che ti arriva. Quella di pancia, non quella giusta – come se esistesse.
Il lavoro per te è __________?
Faccio spesso questa domanda, a inizio percorso, quando ci si guarda negli occhi e si sente che qualcosa si è già messo in moto. La risposta non serve a me. Serve a chi la pronuncia.
È un punto di partenza.
Alcune delle risposte che ho raccolto nel tempo: importante – denaro – sopravvivenza – vita – dovere – obbligo. E, come promesso in un post di qualche giorno fa, ecco la mia: autorealizzazione.
Quando la parola arriva non è sola, vero?
Spesso si accompagna a un sussurro nella testa, una vocina un po’ più ruvida che dice:
Tutte stron*ate. Con ‘sta roba non ci pago le bollette.
Già sentita?
Quella voce non è un errore. È il segnale che CEO (è così che mi piace chiamare il nostro cervello) si è attivato per proteggerci. Proteggerci da cosa? Da ciò che è più profondo, non noto, non rapido, non rassicurante, ciò che ci fa sentire vulnerabili, potenzialmente in pericolo, ciò che è importante rispetto a ciò che è facile o urgente.
Il punto è questo e ci vado dritta: il lavoro ha a che fare con il senso. E se quel senso non c’è – o non lo riconosciamo – qualcosa dentro di noi resta scollegato.
Non è la ragione a distinguerci, ma la ricerca di senso.
Non credo che l’essere umano sia così speciale per l’uso della ragione, quanto piuttosto per la ricerca di significato: quella fame atavica di comprendere, di riconoscersi, di appartenere, di essere in relazione con l’altro da noi, di riscoprirci parte di un tutto.
In questo senso, il lavoro non può essere solo l’attività ripetuta per più ore al giorno, più giorni la settimana, più settimane l’anno, più anni lungo l’arco della vita. È spazio di senso. Una parte viva e profonda del nostro tempo e della nostra relazione con il mondo. Se non trovo senso in ciò che faccio, posso essere presente fisicamente, ma mentalmente ed emotivamente sarò altrove. Spentə. Inerme. A tratti frustratə, senza nemmeno saper dire bene perché.
Il lavoro è relazione. Anche quando sei solə davanti al pc, anche se sei freelance e pensi di non dover rispondere a nessuno. È relazione con un sistema, con un ruolo, con chi eri prima di iniziare, con chi diventerai dopo. È relazione con chi ti ha insegnato (esplicitamente o per osmosi) come si sta nel lavoro.
Se è vero che il lavoro è relazione, la prima relazione di cui avere cura è quella con noi stessi.
Aspettiamo il senso da fuori: dal capo, dal team, dalla coach, dall’operatore dell’agenzia per il lavoro o del centro per l’impiego, dal conto corrente. Ma il primo passo è dentro. È lì che possiamo iniziare ad ascoltare, mettere a fuoco, comprendere come funziona il nostro saper essere: quali opinioni, quali emozioni, quali bisogni, quali intenzioni metti nel lavoro? Quale valore dai al tuo tempo? Che rapporto hai con il denaro? Quali sono i problemi che sai risolvere/ ti piace risolvere/ vuoi risolvere? Occhio: leggi con attenzione, sono tre cose molto diverse.
Poi viene il resto:
- il saper fare: le esperienze che hai fatto, gli strumenti che conosci, le competenze tecniche e trasferibili che hai acquisito;
- il sapere: le conoscenze apprese durante i percorsi di studio formali e da autodidatta, le regole del gioco, i diritti e i doveri, il funzionamento dei contesti in cui ti muovi.
Per ricordarle, visualizza queste tre dimensioni sottoforma di un iceberg:
- sopra il livello dell’acqua: il sapere e il saper fare, le competenze visibili, misurabili, raccontabili;
- sotto: la base nascosta, quella che regge tutto. L’identità, le convinzioni, il modo in cui ci siamo raccontati (e fatti raccontare) il lavoro. Il saper essere, proprio lui, invisibile e decisivo. È lì che si annidano le risposte alla domanda: “perché mi sento così?” anche quando, razionalmente, tutto dovrebbe filare.
Vuoi andare a fondo? Parti dall'inizio.
C’è un tempo nella nostra vita in cui siamo davvero dipendenti e non è quello in cui abbiamo un contratto di lavoro: sto parlando dell’infanzia. In quella fase il copione educativo che riceviamo ci imprime – spesso in modo implicito – il “marchio” lavoro.
Vale la pena, l’impegno e la svolta che ne consegue, chiederti:
- Che posto aveva il lavoro nella mia comunità educante, tra gli 0 e i 16 anni?
- Con quale stato d’animo andavano e tornavano dal lavoro, le persone attorno a me?
- Come parlavano del lavoro, tra di loro, convinte che io stessi facendo tutt’altro?
- Qual era il tono, l’umore, il linguaggio?
- Quali parole usavano per spiegarmi il lavoro?
Il pedagogista Daniele Novara lo dice con chiarezza: il primo passo per diventare adulti è riconoscere il copione educativo ricevuto. Poi, chiedersi: lo porto avanti per inerzia o perché ci credo davvero anche io? Infine, scegliere: lo subisco, lo porto avanti con convinzione autentica o ne creo uno nuovo, in linea con l’adultə che sono oggi?
E tu? Che parola è arrivata?
Te lo chiedo ancora:
Il lavoro per te è __________?
Scrivila da qualche parte. Rileggila. Non serve sistemarla, serve ascoltarla.
🧠 Se vuoi approfondire, ti lascio un piccolo esercizio per convincere CEO a immergersi nelle profondità pungenti dell’iceberg anche se in questo momento ti sta sussurrando “sono tutte ca**ate, con ‘sta roba non ci pago le bollette”.
- Prendi quella parola e chiediti: da dove viene?
- È mia o l’ho assorbita da altrə? Da chi?
- La sto portando avanti per abitudine o mi ci riconosco?
- Se postessi cambiarla, oggi, con quale altra parola la sostituirei?
Livello pro:
- Se lascio andare il copione che ho ricevuto, chi divento?
- Come sarebbe un copione tutto mio, autentico e trasferibile?
Se ti va condividi le tue riflessioni commentando pubblicamente, farai un dono a te e a tuttə noi che ti leggeremo. Se, invece, preferisci un approccio più riservato scrivimi pure via DM su Instagram o LinkedIn o via mail a selena@selenabuso.it, sarò curiosa di confrontarmi con te sul tema e di conoscere altre frasi epiche del tuə CEO.
🔗 RISORSA CONSIGLIATA:
📘 “Non sarò la tua copia” – Daniele Novara (2024). Consiglio spesso la lettura di questo testo nei miei percorsi. Parla di educazione, differenziazione e del coraggio di diventare adulti, in modo intenzionale e consapevole. E’ ricco di riflessioni profonde e di esercizi pratici per lavorare su temi “diversamente facili”.
Credo che riconoscere il proprio copione educativo sia un grande atto di responsabilità, verso noi stessi e verso tuttə coloro a cui lo imprimeremo, a nostra volta.
Il lavoro non è solo quello che facciamo. È il modo in cui ci stiamo dentro.
A presto, Selena
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